L'Altare rupestre di Santo Stefano (Oschiri)

26.07.2017 15:06

 

Testo: Enzo Cangialosi.

Foto: Roberta Cerri e Letizia Baldin.

Si ringrazia Gianfranco Lattuneddu per averci fatto conoscere questo luogo meraviglioso della sua terra.


 

In questa sede presentiamo un lavoro che vogliamo provare a sviluppare lungo due binari/obiettivi: il primo è quello di svolgere una piccola riflessione su come viene operata la valorizzazione e la gestione in generale del patrimonio archeologico ed artistico in questi anni in Italia; ed il secondo è quello di provare, con molta umiltà e senza particolari pretese dotte, a fornire un piccolo contributo al destare l'attenzione di quanti ne siano all'oscuro nei confronti di quello che è un patrimonio incredibile ma sottovalutato della nostra storia e cultura: la Sardegna con la sua preistoria, archeologia, cultura e bellezza. All'oscuro eravamo anche noi fino a pochi anni fa, e non è che le cose siano particolarmente migliorate alla data di oggi, ma possiamo certamente dire che per lo meno abbiamo preso coscienza che c'è un passato che viene normalmente dimenticato o appena accennato, e di cui comunque non si studia abbastanza nelle scuole e si sa quasi niente, o addirittura niente, al di fuori di esse. La questione cruciale, ovviamente, è che questo passato riveste un'importanza fondamentale nell'evoluzione dei popoli che si svilupparono sul suolo italico, e addirittura del Mediterraneo tutto.

Il motivo per cui non si abbia la voglia e la capacità di sottolineare e dare il giusto valore a questo passato, è in gran parte un mistero difficilmente spiegabile, di cui il probabile rifarsi continuamente all'origine romana della nazione italica è forse uno dei principali motivi, ma certamente non l'unico se si pensa anche agli studi stranieri.

Non vogliamo ora perderci addentrandoci nella questione del perché è così importante il passato dell'isola sarda, limitandoci per il momento a menzionare il fatto che in essa nell'antichità si sviluppò una peculiare e grande civiltà, quella nuragica, ma che non fu certamente l'unica, che chi si susseguì su quella terra lasciò vestigia architettoniche/artistiche/artigianali numerosissime e originali, e che ad un esame delle fonti antiche (da quelle greche a quelle egiziane passando per le testimonianze fenicie) ci rendiamo conto che il ruolo giocato nel teatro del Mediterraneo attraverso i secoli dalle genti sarde fu di non poco conto e spesso centrale, sia a livello economico commerciale che culturale e militare1. D'altronde, stiamo parlando della prima e quindi più antica terra emersa nel Mediterraneo, per cui appare ovvio che anche la storia (o meglio dire la preistoria) ad essa connessa debba essere inevitabilmente molto molto ricca.

Non vogliamo perderci, dicevamo, perché preferiamo approcciare la questione per una via più semplice ed immediata, forse più accattivante: presentando quello che è l'oggetto specifico di questo lavoro, l'Altare rupestre di Santo Stefano che si trova nel comune di Oschiri, in provincia di Sassari, lavoro che nelle nostre intenzioni si compone di due parti ugualmente importanti: il testo e le fotografie da noi scattate in loco. E con questo provare ad introdurre il lettore a quanto poc'anzi abbozzato, pensando che possa costituire un esempio concreto in sé stesso e per se stesso del fascino della preistoria sarda.

L'Altare rupestre è una di quelle opere estremamente particolari che destano stupore da una parte per la bellezza che esprimono, e dall'altra per il fatto di essere uniche o difficilmente rapportabili ad altre già conosciute nel panorama generale delle culture antiche. Dunque si stagliano come qualcosa di misterioso perché non siamo in grado di darne una collocazione culturale certa, come qualcosa di sfuggente di cui ci mancano le coordinate; a fronte di ciò, spesso non esistono incredibilmente progetti seri finalizzati allo studio di queste opere2, per cui sostanzialmente tutto gira intorno ad una serie di ipotesi poco suffragate dalla ricerca sul campo. Progetti seri mancanti che comportano altrettanto incredibilmente un'incuria totale del patrimonio artistico ed archeologico in questione: si pensi che, nel nostro caso, l'Altare di Oschiri è assolutamente abbandonato a sé stesso, non c'è nemmeno la capacità di saperlo valorizzare costituendo concretamente un sito archeologico a cui un turista possa facilmente arrivare e trovare sufficienti informazioni e servizio che non siano un semplice cartello generico sul luogo ed una rete di delimitazione territoriale privata. In altre parole, il luogo è di un privato, ci pascolano magari le pecore, ci si deve introdurre scavalcando un cancello, dopo aver avuto la fortuna di aver incontrato qualcuno che ti ci ha portato o ti ha saputo dare le indicazioni giuste, altrimenti non lo avresti mai trovato. Inoltre, lungi da noi voler intendere la cultura come un business, crediamo che se in certi siti si chiedesse il pagamento di un piccolo ticket all'entrata, nell'ordine dei 2/3 €, si permetterebbe e manterrebbe la fruibilità dei luoghi archeologici ricavando però per lo meno un minimo per la manutenzione e le ricerche eventuali sul campo. Poco che fosse, sarebbe comunque meglio del niente attuale.

Detto tutto ciò, che cosa è l'Altare rupestre di Santo Stefano? Si tratta dell'elemento più significativo di un insediamento preistorico che quasi certamente si sviluppò in un arco di tempo piuttosto lungo e attraverso differenti fasi, in cui possiamo riconoscere anche la presenza di una necropoli ipogeica costituita da cinque (forse sei) domus de janas (Neolitico, cultura di Ozieri, 3500-2700 a. C.). Trattasi di una pietra di granito che emerge dal suolo lunga circa 10 m., la cui funzione non è in realtà stata veramente compresa, e la cui particolarità è quella di essere stata scolpita con simboli molto particolari e dal significato complessivo non definito.

 

 

Disposizione dei simboli:

Da sinistra a destra incontriamo due fasce di simboli, una superiore ed una inferiore.

In quella inferiore abbiamo 14 nicchie, di cui 8 quadrate e 6 triangolari; una di quelle triangolari sovrasta una quadrata che è a sua volta circondata da una ulteriore cornice quadrata incisa; a dire il vero, questa composizione a due si differenzia dal resto per essere più un'incisione che una nicchia vera e propria.

In quella superiore abbiamo invece 5 nicchie triangolari, 1 circolare ed 1 quadrata, quest'ultima con sopra una di quelle triangolari; la parte di fatto centrale, costituita da 3 nicchie triangolari, vede ognuna di queste circondata quasi per intero (tranne la base) da coppelle, e la stessa cosa vale per quella circolare. A questo riguardo è possibile notare come sia peculiare quest'uso delle coppelle su parete verticale, dato che solitamente si considerano come elemento il cui scopo è accogliere offerte votive, cosa che ovviamente è possibile solo se disposte orizzontalmente. L'ultima nicchia triangolare è scavata tra il gruppo di 3 triangolari con coppelle e quella circolare, ma ha una fattura molto particolare, perché appare come uno spazio quasi in grado di accogliere un corpo seduto, a differenza di tutte le altre, avendo la parte superiore che di fatto va appiattendosi col resto della parete di roccia, permettendo quindi l'appoggiarsi della schiena.

Ponendosi di fronte all'Altare, troviamo alla sua destra un'altra roccia in cui sono state scolpite dodici coppelle (elemento caratteristico nell'archeologia sarda) poste circolarmente intorno ad un cerchio grande centrale, sovrapposte da una tredicesima. Dati i nostri interessi astronomici, il numero dodici ci ha subito fatto andare con la mente ad una possibile relazione col tempo, e in pochi minuti, verificata la posizione del sole oramai a pomeriggio avanzato, e "tarata" questa rispetto al mese attuale (Settembre), ci siamo sbilanciati a proporre la possibilità che la pietra in questione costituisse una sorta di orologio solare, in cui la tredicesima coppella indicherebbe il nord (con magari il cerchio grande come possibile sede di una specie di gnomone, all'occorrenza anche la persona/osservatore). Con una certa sorpresa e piacere, abbiamo poi verificato che tale è l'ipotesi che comunemente viene oramai proposta, e che l'orientamento verso nord risulta esatto3.

Ulteriormente a destra, s'incontra un'altra pietra in cui è scolpita quella che parrebbe a tutti gli effetti la classica "finta porta" che caratterizza le rappresentazioni religiose di numerosi siti preistorici sardi, cioè un rettangolo simboleggiante la porta che da accesso all'inframondo4. Sopra di essa, altre nove coppelle. Un'altra falsa porta di fattura meno apprezzabile si trova in una pietra non molto distante ma sul lato opposto rispetto all'Altare, e comunque non nelle immediate vicinanze.

Nei dintorni s'incontrano alcune altre pietre con scolpiti simboli analoghi a quelli dell'Altare propriamente detto, ma una in particolare ha attirato la nostra attenzione: in essa sono raffigurati tre quadrati non perfettamente allineati, e nel vederli il pensiero è andato immediatamente alle tre piramidi di Giza e alla Cintura di Orione. In effetti, non è tanto un possibile collegamento con le piramidi in sé stesse che ci interessa (e che non sarebbe di per sé particolarmente facile da dimostrare), quanto con la Cintura di Orione, perché rappresenterebbe un altro riferimento astronomico. Nel parlare della costellazione di Orione e dei simbolismi ad essa collegati, la maggior parte delle persone è generalmente ignorante su quello che essa rappresenta in termini puramente astronomici, e dunque non afferra la semplicità della questione: la Cintura di Orione permette di individuare con precisione l'Equatore celeste, cioè costituisce a tutti gli effetti uno dei principali riferimenti astronomici che abbiamo a disposizione a tutte le latitudini5. Nel caso del sito di cui stiamo parlando, avremmo già due riferimenti primari in termini di orientamento astronomico: l'asse nord/sud e l'Equatore celeste, il quale implica ovviamente l'asse est/ovest. In realtà, dato il primo, il secondo è conseguente (basta mettersi in fronte al nord e aprire le braccia a croce), ma qui quello che risulterebbe interessante è proprio il possibile riferimento alla Cintura di Orione che dà sempre la possibilità di notte di sapere dove passa l'Equatore sulla volta celeste6, oltre a stabilire con esattezza l'Est e l'Ovest assoluti.

Oltre a prendere atto del possibile aspetto religioso/simbolico/rituale del sito, cosa che ovviamente non ci deve stupire parlando di culture antiche, sebbene sia sempre interessante ritrovarne tracce in un tempo così suppostamente lontano, quello che colpisce è in realtà la peculiarità di quanto si offre ai nostri occhi: personalmente, posso dire che alla vista di tale opera sono rimasto decisamente e piacevolmente sorpreso perché non ricordo a memoria di aver mai visto ne' dal vivo ne' sui libri qualcosa del genere7. Certo, il fatto che si abbia a che fare con qualcosa di non appartenente ad uno schema simbolico ed estetico conosciuto e ritenuto generale può dare adito ad un dibattito anche complesso, a partire dalla considerazione di quale spazio espressivo potette esserci anticamente rispetto ad una standardizzazione sociale territoriale, ed eventualmente in quali zone geografiche questo fu possibile o meno; ma non è certo questa la sede per affrontare tali tematiche, possiamo però limitarci a considerare che il fatto di non avere a disposizione altri esempi simili non significhi che non ci siano stati, mentre, seppur più difficile da accettare, non è certo da scartare l'ipotesi di un'espressività stilistica specifica di un dato gruppo sociale (inteso come clan o tribù o villaggio), cosa questa che ha indubbiamente il suo fascino.

Sia quel che sia, rimane la bellezza del luogo in sé stesso, e in particolare dell'Altare così detto. Questa pietra così lavorata, emana un fascino ed una forza indubbi che è difficile riuscire ad esprimere a parole. In questo senso parlano per noi ovviamente le fotografie che abbiamo scattate in loco.


 

Teorie

Sulle varie ipotesi fatte in passato – ma che, stando all'unico cartello di spiegazione del sito, parrebbero di fatto superate – vi è anche quella di un'attribuzione bizantina dei simboli e delle varie incisioni. Il debole collegamento risiederebbe nella presenza di una chiesa eretta proprio di fronte all'Altare che parrebbe essere stata di rito greco al tempo della sua edificazione prima o intorno al VI sec. (quella visibile oggi è stata riedificata nel XVI sec.), più alcune croci greche incise in alcuni triangoli dell'Altare stesso: è debole perché le croci sono quasi sicuramente incisioni successive fatte per “appropriarsi” del luogo da parte dei Cristiani (a questo riguardo pare di poter leggere insieme ad una di esse una data cristiana, mentre in un'altra roccia è presente il monogramma greco “Cristo è luce”), e perché non viene in mente nulla di bizantino o genericamente cristiano simile a quello che si vede in questo luogo, mentre rimanda spontaneamente ad una simbologia arcaica, non foss'altro negli elementi delle coppelle e delle false porte. Ricordiamo la presenza delle domus de janas nell'area del luogo, il che ne fa un sito sacrale e vissuto evidentemente già in epoca preistorica.

Come elemento di curiosità, aggiungiamo infine la presenza di due pietre utilizzate come architravi nella chiesa, in cui è chiaramente raffigurata la dea Astarte; una di esse, quella sul lato destro guardando la chiesa, è particolarmente interessante per la presenza anche di un'iscrizione che a prima vista parrebbe di tipo fenicio. A quanto se ne sa, nessuno è mai riuscito a tradurla.

 

 

 

 

Note al testo:

 

 

1Un esempio su tutti: la menzione ripetuta degli Shardana fra la guardia personale di Ramsess II nei testi che parlano della guerra contro gli Ittiti.

2Citiamo ad esempio il fatto che in un'opera di grandissima qualità quale La Sardegna preistorica e nuragica di Ercole Contu, l'Altare rupestre di Santo Stefano viene menzionato solo due volte in brevi accenni che di fatto non ci dicono nulla di particolare.

3Su questo bisognerebbe, ad onor del vero, in realtà essere più precisi: andrebbe ricalcolato l'orientamento esatto in relazione al nord rispetto all'epoca a cui riteniamo appartenere il sito, tenendo conto cioè del movimento precessionale, e verificare se vi è effettiva corrispondenza.

4Tale falsa porta può essere rappresentata o da un rettangolo scavato nella roccia come in questo caso, o anche da piccoli effettivi passaggi/entrate come nelle Tombe dei Giganti. Questo simbolismo richiama l'analogo dell'antico Egitto.

5Non c'è dunque necessità di ipotizzare chissà quali fantascientifiche teorie quando s'incontrano riferimenti alla Cintura di Orione, tipo alieni o misteriosi insondabili segreti.

6 Rimandiamo ad altra sede approfondimenti generali sull'astronomia.

7Vale certamente la pena di citare un lavoro che risulta interessante proprio riguardo a questo discorso, il documento “L'enigmatico sito di Santo Stefano di Oschiri. Parte I: l'altare rupestre” di Betty Galante consultabile in rete nel sito www.academia.edu: in esso si menziona il sito israeliano di Bet Guvrin e si presentano due foto dello stesso che hanno similitudini coi tre quadrati della "Cintura di Orione" e i simboli triangolari dell'Altare.